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domenica 5 settembre 2010 - 04.37
 

 

RETE G2
Il NETWORK DEI FIGLI IMMIGRATI
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E’ come avere una forte potenzialità tra le mani ma non poterla sfruttare. Questa è la situazione in cui si trovano i figli degli immigrati, nati in Italia o arrivati qui da piccoli per seguire i propri genitori, quindi non per scelta ma per necessità. Di fatto perfettamente integrati nella società. Ma c’è una cosa che balza subito all’occhio: i loro tratti somatici diversi e i loro nomi e cognomi, che hanno il suono della lingua di Paesi lontani. Caratteristiche per le quali agli occhi di molti non saranno mai italiani, ma stranieri. Come vi sentireste ad esser nati o cresciuti in un Paese, ma non esser riconosciuti come cittadini? Dovervi barcamenare tra i permessi di soggiorno, aspettando di compiere il diciottesimo anno di età per acquisire l’agognata cittadinanza, senza però avere la certezza che ve la concedano? Per questo è nato il network “G2 – Generazioni Seconde”: formatosi a Roma nel 2005, ma con una rete di associati che tocca altre città italiane – tra le quali anche Milano, Bergamo e Mantova - la Rete G2 si pone due obiettivi fondamentali: cambiare la legge sull’acquisizione della cittadinanza italiana, attualmente basata sul principio dello “jus sanguinis” – ovvero si è cittadini solo se i genitori sono cittadini italiani - e sensibilizzare la gente su questa problematica, affinché la società italiana riconosca tutti i suoi figli, indipendentemente dalle loro origini e percepisca l’identità come incontro di più culture. “G2” non sta per “seconde generazioni di immigrati”, ma per “seconde generazioni dell’immigrazione”, in quanto i nati in Italia non hanno compiuto nessuna migrazione, e chi è nato all’estero ma cresciuto qui non è emigrato volontariamente, perché vi è stato portato da genitori o da altri parenti. La rete è costituita dalla parte attiva di questi ragazzi, quella che si mette in gioco per informare la popolazione sulla loro condizione di “italiani col permesso di soggiorno”. Una generazione che aumenta ogni giorno di più: secondo i dati del ministero dell’Istruzione, sono 650.000 gli alunni con cittadinanza straniera, nati e non nella nostra penisola, iscritti nelle scuole italiane e 64.000 i nuovi nati nel 2007 da genitori stranieri (dati Istat). Una presenza consistente e in crescita costante. Da qui la necessità dei membri di G2 far sentire la propria voce. Essi, riunitisi sul blog www.secondegenerazioni.it per cercare il dialogo con le istituzioni nazionali e locali, nel 2007 sono stati ricevuti dal presidente della Repubblica Napolitano, al quale hanno consegnato una lettera riguardante la riforma della legge sulla cittadinanza.  E sempre attraverso il web, la musica, i libri, e i film, il G2 parla ai giovani, la parte più importante e sensibile della società. L’ultimo di questi progetti è un cd, “Straniero a chi?”, le cui tracce audio possono essere scaricate gratuitamente all’indirizzo www.myspace.com/reteg2secondegenerazioni. La Rete è presente anche su Facebook: un altro modo per coinvolgere più giovani possibili, e per diffondere a macchia d’olio le proprie iniziative.

Giada Frana


INTERVISTE. SHERIF FARES

Sherif Fares, 29 anni, madre italiana e padre egiziano, di Osio Sotto, è entrato a far parte della Rete G2 due anni fa: “Io sono italiano, ma di origine straniera. Questa cosa è difficile da accettare per la gente: o sei italiano, o sei straniero. Non può esistere uno stato di mezzo. Ho conosciuto la Rete G2 grazie ad un’amica, e sono entrato in contatto con ragazzi che avevano le mie stesse problematiche. Da quel momento, ho iniziato ad attivarmi per far conoscere il gruppo sul territorio. In una di queste occasioni, durante la presentazione del gruppo in una scuola media, stavo chiedendo spiegazioni all’insegnante per usare il dvd, lui ha cominciato a parlare, poi si è bloccato e mi ha chiesto: <ma tu capisci bene l’italiano?> Non credevo alle mie orecchie!”

NAOUAL RAZIK

Naoual Razik, 23 anni, originaria di Kasba Tadla (Marocco), in Italia dall’età di 12 anni, sta aspettando di ricevere la cittadinanza italiana da un anno e mezzo: “Mio padre l’ha ottenuta circa due anni fa: mio fratello e la mia sorellina, essendo minorenni, l’hanno acquisita immediatamente, mentre io e un’altra mia sorella, essendo maggiorenni, abbiamo dovuto fare domanda, insieme a mia madre. Visti i tempi di attesa, se dovesse malauguratamente  uscire una legge che obbligasse gli stranieri a rimpatriare, la mia famiglia sarebbe smembrata in due parti. Ad ogni modo, anche se dovessi ottenerla a breve, io non mi sentirò mai completa, la mia identità è frantumata: non sono italiana ma non posso neanche essere completamente marocchina, perché non ho la possibilità di partecipare ai processi di trasformazione della società del Marocco per potermi identificare. Come dice il sociologo algerino Sayad Abdelmalek, vivo una doppia assenza: una è quella dell'immigrato dalla propria patria, l'altra è quella dell'emigrato nelle cosiddette "società d'accoglienza", nelle quali è incorporato ed escluso al tempo stesso.”

SARA EMAM

Sara Emam ha 21 anni, è originaria dell’Egitto ma è nata in Italia, e fa parte del Direttivo Nazionale dei Giovani Musulmani d'Italia (GMI): “I miei genitori risiedono qui da trent’anni, e quando sono nata erano già cittadini italiani, perciò la cittadinanza l’ho acquisita dalla nascita. Ad un primo impatto, la gente non pensa che sia italiana a tutti gli effetti, anche per i tratti somatici diversi. A volte mi è pure capitato che, mentre giravo per strada, alcune persone mi gridassero: “ma torna al tuo Paese!”. Per fortuna, sono solo episodi marginali. Penso che la cultura di una persona sia quella in cui si è cresciuti, perciò io mi sento italiana a tutti gli effetti, anche se naturalmente ho comunque delle diversità, in quanto ho mantenuto alcuni aspetti della cultura dei miei genitori. Come la religione, per me molto importante.”
Leyla Krimaa, 22 anni, originaria di Fès (Marocco), vive in Italia da quando aveva due anni: “Ho fatto domanda per la cittadinanza circa due anni fa, e sto attendendo la risposta: i tempi burocratici sono molto lunghi. Io sono integrata in Italia, ma solo perché ci vivo e per quanto riguarda il rispetto delle leggi, la mia istruzione e il lavoro. La mia cultura, le mie tradizioni sono quelle marocchine: penso non sia giusto dimenticare le proprie origini, sarebbe come perdere la propria identità originaria e acquisirne una falsa. I pregiudizi nei confronti delle seconde generazioni purtroppo si hanno sia nel Paese ospitante che in quello d’origine, dove quando si ritorna, anche solo per il periodo estivo, si è visti come persone menefreghiste del proprio Paese e si viene penalizzati; in questo modo si è stranieri due volte. Inoltre, il concetto di straniero è restrittivo: si è più discriminati se si proviene da Paesi del Sud o dell’Est: a un nordamericano, non si direbbe mai che è un extracomunitario.”

 
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